Martin Pescatore (Alcedo atthis) (Linnaeus, 1758) .

 

Foto e testi di Carlo Ravenna ©

Immagine tagliata e ridotta cliccando sull'immagine si vede nella sua composizione originale.
Cliccando sul nome del fotografo si accede alle sue foto del nostro forum.

Foto del mese 01-2012 Martin Pescatore (Alcedo atthis) Foto Carlo Ravenna ©

 Martin Pescatore


   Il Martin pescatore comune o Martin pescatore europeo (Alcedo atthis) è la specie più diffusa di martin pescatore, ed è l’unica presente in Europa tra le 17 del genere Alcedo. Appartiene alla famiglia Alcedinidi, uccelli dalla forma tozza e dal capo grosso, becco lungo e affilato, coda breve e piumaggio brillante. Foto del mese 01-2012 Martin Pescatore (Alcedo atthis) Foto Carlo Ravenna ©

   È un uccello assolutamente inconfondibile, che colpisce innanzitutto per le cromie delle sue piume, caratterizzate da bellissime tonalità iridescenti di azzurro e verde su ali, capo e dorso, cangianti a seconda dell’angolazione della luce. Quando sfreccia rapidissimo nell’aria appena sopra il pelo dell’acqua, si nota in particolare una lunga sfumatura turchese sul dorso, estesa più o meno uniformemente dalla nuca sino alla base della coda. Ai lati del collo e sulla gola c’è una macchia bianca, le zampe sono rosso vivo negli adulti e nerastre negli esemplari giovanili, il becco è completamente nero sia nel maschio che nella femmina ma in quest’ultima la porzione inferiore ha toni rossastri.

   Pur essendo uno degli uccelli europei più colorati, è curioso che tale piumaggio dai colori così vistosi riesca comunque a mimetizzare efficacemente il martin pescatore nel suo ambiente naturale: visto da davanti o dal basso, le porzioni ventrali color arancio - rosso ruggine lo confondono infatti alla vista quando si appollaia nel fitto del canneto o tra gli arbusti ed anche il verde – azzurro delle ali può renderlo indistinguibile tra i riflessi della superficie dell’acqua.

   Alcedo atthis colpisce anche per le piccole dimensioni complessive, del tutto sproporzionate allo sviluppo del robusto becco, che su 180 mm di lunghezza complessiva dell’uccello può arrivare ad occupare ben 47 mm, oltre la metà dell’ala (80 mm) e più lungo della coda (40 mm).

   Il martin pescatore è un peso “piuma” da 35 – 40 grammi.

   Anche il suo comportamento lo fa passare spesso inosservato: quando è in riposo resta immobile, a parte alcuni piccoli scattanti movimenti del capo o della coda. Poi, d’improvviso, si lancia nell’aria e vola in linea retta a bassa quota con frullo d’ali, per trovare subito rifugio su altri posatoi. L’orecchio allenato impara comunque a riconoscerne i richiami acuti.

   Questo uccello è diffuso in tutta Europa, tranne nelle regioni settentrionali più fredde e predilige gli ambienti umidi su territori pianeggianti o collinari, di solito entro i 600 – 700 metri s.l.m. : grandi laghi e paludi, fiumi e canali, cave inondate e talvolta coste marine. Occasionalmente giunge agli stagni dei giardini pubblici pieni di pesci rossi, ma si tratta di visite solitamente brevi perché il martin pescatore ha un’indole timida e vola via al minimo segnale di disturbo. È una specie sedentaria che si osserva tutto l’anno, ma essendo vulnerabile agli inverni rigidi può spostarsi in questa stagione dalle zone più settentrionali, in cui l’acqua tende a ghiacciare, verso aree più meridionali meno fredde. Predilige acque pulite, con poca corrente o stagnanti, con rive adatte alla nidificazione.

Foto del mese 01-2012 Martin Pescatore (Alcedo atthis) Foto Carlo Ravenna ©   Il martin pescatore è amatissimo dai birdwatchers e rappresenta una “preda” molto apprezzata dai fotografi naturalisti: non solo per la leggiadria dei suoi colori ma anche per le acrobatiche azioni di caccia che offre all’estasiato osservatore quando si lancia a capofitto nell’acqua. È una specie prettamente ittiofaga. La sua tecnica preferita è quella di posarsi su un ramo sovrastante l’acqua e attendere il passaggio di un pesce di dimensioni allineate o a volte sproporzionate, in eccesso, alla sua mole. Capita pure che si libri a mezz’aria, scrutando la superficie per alcuni istanti, prima di gettarsi a capofitto nell’acqua. A questo riguardo, il nome comune forse più affascinante attribuito ad Alcedo atthis è quello coniato dagli inglesi: kingfischer. Va aggiunto a questo proposito che nella sua dieta compaiono anche insetti, piccoli invertebrati acquatici e anfibi, che in alcuni habitat possono arrivare a coprire il 20% dell’apporto nutritivo complessivo. Quando è immobile su un posatoio, il capo piegato in giù è un segnale inequivocabile che il martin pescatore sta scrutando la superficie in cerca di prede. Poi si irrigidisce e sporge in avanti tutto il corpo per valutare l’angolo e la direzione del tuffo. A questo punto l’uccello vola con forza verso l’acqua, con una inclinazione di circa 45° rispetto alla superficie e negli ultimi istanti usa la coda per variare leggermente la sua traiettoria. La perizia nella pesca migliora nel tempo: gli adulti esperti, che hanno all’attivo migliaia di “immersioni”, diventano abili conoscitori della direzione, dell’angolo del tuffo e dell’effetto di distorsione dell’acqua sulla visuale, riuscendo a catturare un pesce ogni due o tre tentativi.

Date queste premesse, viene da sé che il lungo e poderoso becco a punta utilizzato come un arpione, le ali e la coda corte impiantate sul corpo raccolto, piccolo ma massiccio, costituiscano uno straordinario adattamento evolutivo, teso ad ottimizzare le tecniche di caccia del martin pescatore e quindi ad assicurare a questa specie il quotidiano fabbisogno energetico.

Foto del mese 01-2012 Martin Pescatore (Alcedo atthis) Foto Carlo Ravenna ©Il variopinto volatile riesce spesso e volentieri a sfuggire alla vista ma anche l’osservatore più distratto può notarne la presenza nel fatidico momento in cui, con un tonfo sordo, rompe la superficie dell’acqua che esplode in un piccolo candore di spuma. Subito dopo però, quando riemerge in un caos di schizzi con o senza preda, le sue penne iridate tendono di nuovo a camuffarlo tra le cromie delle rive. Se la pesca è andata a buon fine, uno sventurato pinnuto sale in aria serrato tra le potenti mandibole del martin pescatore, dibattendosi ancora per pochi istanti nel becco. Fino a un posatoio, dove verrà inghiottito, o portato ai piccoli che lo attendono al nido.  

La stagione riproduttiva del martin pescatore inizia già a gennaio – febbraio, quando le coppie iniziano il corteggiamento: si esibiscono muovendo il capo su e giù e volano assieme in parata. Nelle fasi di questo rituale, finalizzato al consolidamento del rapporto di coppia, a volte il maschio offre in dono un pesce e la imbecca. Durante l’accoppiamento si aggancia sulla schiena della femmina con il becco ed usa anche le ali per mantenersi in equilibrio su di essa. Con l’arrivo del bel tempo i due partners iniziano ad esplorare le sponde alla ricerca di un argine di terra soffice idoneo a scavare una galleria tubolare dove ospitare il nido. È una scelta delicata: se il livello dell’acqua sottostante scenderà sotto un ipotetico livello di guardia o se addirittura lo specchio idrico si prosciugherà, il nido diventerà più facilmente un facile bersaglio da parte di eventuali predatori. Di regola il cunicolo (una o al più due covate nella la stessa buca), è lungo da 40 fino a 100 cm e misura un diametro di circa 15 cm. Di solito non è perfettamente orizzontale, ma risulta appena inclinato in discesa verso l’esterno, per agevolare la fuoriuscita degli escrementi e degli avanzi dei pasti. Questa caratteristica consente anche di datare un nido, visto che dopo un certo periodo le sostanze di rifiuto fuoriescono dall’ingresso lasciando una tipica stria chiara sulla parete sottostante. Il condotto viene scavato da maschio e femmina assieme, che smuovono il terreno con il becco e usano le zampe per espellere i detriti all’esterno. Nelle fasi iniziali dello scavo capita che a volte i due uccelli si lancino contro le murate sabbiose, utilizzando il proprio corpo come un piccone per smuovere il sedimento. Sul fondo della galleria viene realizzata una camera di incubazione circolare priva di materiali di imbottitura salvo lische di pesce, dove la femmina deposita sei o sette uova tonde e bianche, di solito tra aprile e luglio. I piccoli nascono ciechi e nudi, ma dopo una decina di giorni gli occhi si schiudono e iniziano a formarsi le prime penne. L’apporto nutritivo di cui abbisognano sale di giorno in giorno e nelle nidiate più numerose mamma e papà martin pescatore hanno il loro ben da fare, arrivando a catturare anche più di cento pesciolini al giorno. Un piccolo grande prodigio sta nel fatto che i piccoli martin pescatori tendano a deporre le loro sostanze di rifiuto verso l’esterno, istinto questo che contribuisce a tenere il nido più pulito. Madre natura, che mai finirà di stupirci, fornisce ai nascituri una innata resistenza per sopravvivere in questo ambiente scuro e angusto, dove peraltro la percentuale di anidride carbonica contenuta nell’aria può salire fino al 6%, contro lo 0.04% che si registra in condizioni normali. È, insomma, un microcosmo molto diverso da quello che li attende fuori, quando inizieranno a svolazzare nel vento tra specchi d’acqua e canneti.

Foto del mese 01-2012 Martin Pescatore (Alcedo atthis) Foto Carlo Ravenna ©Dopo aver messo il piumaggio definitivo, i piccoli lasciano il nido e raggiungono in volo un posatoio posto nelle vicinanze. Sono passati circa 25 giorni dalla nascita. I genitori continuano a procacciare il nutrimento per tutto il periodo in cui i giovani sono incapaci di cacciare, ma essendo Alcedo atthis specie solitaria e spiccatamente territoriale, successivamente cambieranno atteggiamento, scacciando i figli lontano dal proprio territorio tramite lunghi inseguimenti e atteggiamenti minacciosi.

Alterazioni dei corsi d’acqua, inquinamento, cementificazione delle sponde dove il martin pescatore costruisce nidi, costituiscono le minacce più pericolose per questo splendido uccello, in diminuzione in tutta Europa nonostante sia soggetto alle più complete forme di tutela e giustamente inserito nella lista rossa dei Vertebrati in Italia. La sua bellezza, unita al fascino di una vita avventurosa fatta di travolgenti picchiate a testa in giù, echeggiano da decenni in Europa e nel mondo intero. È noto che gli sia stato affibbiato un po’ dappertutto l’appellativo comune di “pescatore” come secondo termine del binomio volgare, ma quest’uccello è anche conosciuto come “piombino”, per la sua abilità di tuffatore. Lo definisce così Alberto Bacchi della Lega, autore del volume “Caccie e costumi degli uccelli silvani”, manoscritto risalente alla seconda metà dell’800. A Roma e in Toscana è l’”Uccello della Madonna”, o di Santa Maria”. Una farragine di nomi, tra i quali “Uccel bel verde” dei paesani della Garfagnana, è forse uno dei più musicali. Laddove la realtà lasci il posto alla leggenda, ecco che il martin pescatore viene citato come “alcione”: si narra infatti che Alcione era una bella giovinetta, figlia di Eolo, Dio del vento. Era sposata a un bel giovane ma purtroppo, durante un viaggio per mare, la sua nave affonda e lui annega. Saputa la notizia, Alcione si getta in mare e muore. Giove, intenerito da questa storia d’amore, decide di farli rivivere trasformati in splendidi uccelli: gli alcioni.




  

Anche noi digiscopers appostati in un capanno possiamo assaporare la magia che sprigiona da un piccolo alcione. A volte è la nostra stessa pazienza a premiarci, quando un martin pescatore si posa tra le fronde di un canneto fitto o sulla punta di un fuscello stagliato nel blu del cielo, magari con un pesce in bocca, a venti metri di distanza, immobile, concedendoci giusto quella manciata di secondi occorrenti per cercarlo nel display della fotocamera lungo l’esatta linea invisibile che unisce noi a lui. E poi, un attimo dopo, vederlo materializzarsi sullo schermo ruotando freneticamente e con il cuore in gola il pomello del fuoco fino ad averlo nitidissimo e quindi perfetto per lo scatto, “congelato” tra le acquerellate sfumature ottenute lavorando a duemila, tremila millimetri di “cilindrata”, valori che nessun teleobiettivo può e potrà mai offrire al fotografo tradizionale.   

Ripensando alla mia (breve) formazione di digiscoper, iniziata nel 2010, noto che la spinta a proseguire e migliorarmi scaturisca innanzitutto dall’emozione che si prova ogni volta nel veder apparire improvvisamente e con straordinaria ricchezza di dettagli un soggetto animale, situato anche lontano dal punto di ripresa, sul display di una fotocamera, anche una piccola compatta, e nel riuscire ad immortalarlo per sempre. È questa la risposta che do a me stesso quando mi chiedo cosa ci faccio dietro al mio cannocchiale, nascosto tra le tavole di un capanno o dentro una tenda mimetica. Come per molti altri si tratta di un’avventura che inizia semplicemente per caso, ammirando in rete straordinari ritratti di uccelli e ungulati.

Per quanto mi riguarda, se ripenso al passato posso dire di aver intravisto nel digiscoping, oltre all’aspetto emozionale, una tecnica fotografica molto performante e oltretutto dalle notevoli potenzialità per il futuro, in grado di tradursi nella possibilità di realizzare immagini di livello professionale (purché si usino attrezzature professionali!), senza ricorrere a tele troppo costosi, pesanti e ingombranti, da utilizzare per articoli di reportage di viaggio che da parecchi anni realizzo per pubblicazioni e riviste di taglio prettamente naturalistico, in particolare subacqueo. Con tutto il bello che c’è nel passare, non solo in giorni diversi ma a volte nell’arco di poche ore, da un sistema ad un altro completamente diversi: sott’acqua, con una fotocamera in custodia unita ad un obiettivo che molto spesso è un grandangolo spinto e due flash attaccati a lunghi bracci, e poi fuori dall’acqua, senza flash, con uno strumento che offre la possibilità di raggiungere forti ingrandimenti mantenendo un’ottima qualità fotografica. Dall’acqua al cielo, quindi, usando attrezzature quasi agli antipodi, alla ricerca di situazioni e animali completamente diversi. Con un unico comune denominatore: la passione per la natura e per la fotografia.

..


Le foto allegate sono tutte realizzate in digiscoping con cannocchiale Zeiss 85 fl, oculare Zeiss 20 – 60X, ingrandimento a 20X
ad eccezione della foto del martin pescatore con preda (30 x), Camera Canon S 90, adapter Bossi/Meco, treppiedi e testa Manfrotto 055/501 hdv.

 



Mini guide

Introduzione ● - Introduzione al digiscoping
Digiscoping con la reflex
● - Il Binocolo breve guida alla scelta.
● -
Il treppiede e la testa  breve guida
alla scelta.

● - Chiarimenti e semplici indicazioni

una mini guida
● - Tre oculari ed un cannocchiale  un mini test o un gioco?
● - Digiscoping in notturna  Le esperienze e i consigli di un nostro amico.
● - Oculari - e non solo  
Un tentativo di semplificare la scelta e la conoscenza dei dati per conoscere il miglior oculare  da abbinare alla macchina fotografica e al suo obiettivo

Dati dello scatto

Ordine

Coraciiformes

Famiglia

Alcedinidae

Scientifico

Alcedo atthis

   
Inglese

Common Kingfisher

Tedesco

Eisvogel

Spagnolo

Martín Pescador Común

Francese

Martin-pêcheur d'Europe

Giapponese

 カワセミ

Portoghese

Guarda-rios-comum

Russo

Obyknovenny Zimorodok

Svedese

Kungsfiskare

Fotografo Carlo Ravenna
Cannocchiale Zeiss Diascope 85 TFL
Oculare 20-60x a  20x
Adapter  Meco/Bossi
Macchina  Canon S90
Tempi 1/640
Diaframma  f. 6.3
ISO  200
Distanza  15m
Esposizione  Manuale
Cavalletto -Manfrotto 055
Testa Manfrotto 501 HDV
Mimetismo Capanno 
Software Adobe
Plug-in  Reg. Esp - mdc
Luogo  Lazio
Data

19.06.2011 08:24:27

Meteo sereno